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Sanatorio di P.

Luoghi Fantasma > Italia > Lombardia
Provincia: Sondrio
Tipologia: Sanatorio
Stato attuale: Discreto
Periodo edificazione: 1903
Periodo abbandono: anni ‘80
Motivo abbandono: Termine attività
Accesso: Su strada
Modalità di visita: Non consentita
I sanatori di P. si lasciano immaginare già durante il tragitto stradale che conduce ad essi; la strada è un vecchio sentiero asfaltato e poi lasciato a se stesso.
I parapetti di ferro arrugginiti fanno presagire l’abbandono cui si andrà incontro suggellati da una sicurezza inesistente.

Queste strutture sono immerse in boschi di conifere in un minuscolo centro abitato dalle case caratteristicamente in roccia e da abitanti invisibili, pochi, che si nascondono nelle case.

Il Sanatorio, posto sulle colline di questo piccolo centro, si erge maestoso fra gli alberi e le colline e se ne distinguono distintamente le strutture, nonostante la rovina li avvolga.

Il sanatorio nacque per curare uomini, donne e bambini affetti da patologie respiratorie gravi come la tubercolosi e, si sperava, di uscire nuovamente sani dopo lunghe e, talvolta, incomprensibili cure.
Lo scopo nobile per cui nacquero queste strutture contrasta tanto, forse troppo, con le sue condizioni attuali, come se non ci fosse gratitudine alcuna verso il luogo che ha salvato e curato tante vite.
Ebbene sì, perché di questo luogo si è sempre parlato tanto, non era un semplice ospedale, non era uno dei tanti luoghi dove c’erano medici ed infermieri ligi al dovere e distaccati rispetto ai pazienti, qui c’erano tante persone con una dedizione rara al lavoro, con una preoccupazione verso i pazienti che è sempre andata oltre la “normalità”.

Anche la progettazione fu a titolo gratuito e quindi una sorta di donazione, furono gli architetti Giachi e Brioschi a realizzare il progetto e non presero compensi per il loro operato.
La struttura è articolata e complessa, alcuni degli edifici purtroppo hanno ceduto sotto i segni del tempo, altri sono rimasti in piedi, ma con danni importanti.
Il Sanatorio era completo di ogni comfort, aveva innanzitutto una vista spettacolare, dai suoi terreni si potevano ammirare i monti e le valli sottostanti; i degenti potevano comunicare con i propri cari attraverso delle postazioni telefoniche, c’era un teatro, utilizzato successivamente anche come cinematografo.
Le stanze erano molto confortevoli e chi era costretto qui aveva tutta l’assistenza necessaria, cosa che cento anni dopo sarebbe dovuta diventare la norma e non l’eccezione purtroppo.

Lungo i corridoi la rovina fisica e morale del luogo circonda chi vi entra, scritte vandaliche si sovrappongono all’innocenza infantile di chi, decenni addietro, aveva lasciato il proprio ricordo; le finestre sono rotte, il freddo, la neve e la pioggia entrano e, come un lento stillicidio, penetrano lentamente nel profondo delle strutture per danneggiarle dall’interno.
Le stanze, talvolta, conservano i pezzi del passato: antiche brocche su comodini fatiscenti, degli specchi impolverati ma interi, sedie e letti che sembrano ospitino ancora qualcuno.

Si equivoca pensando che questo sia un luogo di morte, se si pensa che qui si venisse a morire in maniera dignitosa; questo è stato un luogo di rinascita, un luogo dove è stata donata, spesso, una seconda vita.
Certamente saranno decedute delle persone, ma il bene fatto qui ha superato di gran lunga il dolore che ha ospitato, anzi, da alcuni scritti si legge che la morte faceva visita al complesso veramente molto di rado, decedevano solo coloro che arrivavano al Sanatorio in condizioni estremamente critiche.

La costruzione dell’edificio risale al 1903 e fu realizzato in pieno stile Liberty in posizione molto soleggiata e ad una quota vicina ai 1200 metri.
I lavori furono imponenti, non fu semplice portare tutti i materiali in loco e gli stessi lavori fecero più di una vittima; la struttura aprì al pubblico nel 1909, fu realizzata la costruzione centrale enorme, larga oltre cento metri e composta di quattro piani, collegata ad altri edifici destinati ad usi differenti.
Il complesso si divideva in due parti e poteva ospitare sino a 900 pazienti; la cura della tubercolosi era affidata anche, soprattutto, alla natura, alla salubrità del luogo;
l’attività del luogo si svolse stabilmente sino alla fine degli anni ’60, poi ci furono periodi altalenanti e l’ultima stagione in cui fu aperto e custodito fu quella del 1987, anno che ne decretò la chiusura e l’abbandono.

L’altitudine e gli agenti meteorologici estremi ne hanno accelerato notevolmente la strada verso la rovina e l’oblio.
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Articolo: Fabio Di Bitonto
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