Hashima (端島) - La corazzata sul mare - Paesi Fantasma

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Hashima (端島) - La corazzata sul mare

Paesi Fantasma > Mondo > Giappone
Regione: Kyushu, Nagasaki, Giappone
Tipologia: Distretto minerario
Stato attuale: Discreto
Periodo edificazione: 1887
Periodo abbandono: 20/04/1974
Motivo abbandono: Perdita funzione primaria
Accesso: Su nave
Modalità di visita: Guidata
Il paese abbandonato in questione è ubicato su un’isola.
Hashima è il suo nome originario, gli fu cambiato quando, da colonizzato, da lontano assunse la vaga forma di una nave da guerra (la corazzata Tosa, nello specifico) che, in giapponese, si dice Guankajima (軍艦島).
Hashima è parte di un enorme arcipelago che comprende oltre 500 isole disabitate, ma la sua peculiarità è stata di essere un importantissimo distretto minerario che ha contribuito non poco al progresso industriale nel novecento del Giappone.
Ora è uno dei più importanti monumenti di archeologia industriale al mondo.
Nel 1887 iniziò la colonizzazione di questo sperone di terra emergente dal mare grazie alla scoperta di un giacimento di carbone che si estendeva per chilometri al di sotto del mare. L’isola era ricoperta da una vegetazione lussureggiante e doveva essere un piccolo paradiso terrestre; l’arrivo dell’uomo la sconvolse in tutti i sensi.
La superficie originaria era ridotta rispetto a quella attuale e al centro della stessa sorgeva un piccolo promontorio; dal
1931 in
poi, ci furono varie fasi in cui l’isola subì sconvolgimenti e dove furono eliminati il promontorio e le coste.
L’isola fu acquistata, nel 1890, dalla Mitsubishi Keiretsu per ampliare la miniera preesistente con l’intenzione di escavare al di sotto del livello del mare e rendere il più produttiva possibile la miniera.

Negli anni successivi il progetto della Mitsubishi prese forma e fu necessario iniziare a dare agli operai la possibilità di trasferirsi sull’isola, così furono erette le prime costruzioni a scopo abitativo.
Hashima nel 1896 era alla base del sostentamento energetico di Nagasaki e sull’isola accorrevano sempre più uomini a lavorare assieme alle famiglie.

È stato proprio a cavallo dei due secoli che l’isola ha subito un boom demografico che l’ha portata ad avere anche un conseguente boom edilizio.
Gli incrementi demografici e urbani andarono avanti sino agli anni ’30, quando l’intero territorio di Hashima fu occupato dal cemento e non ci fu più una sola delle splendide specie vegetali che la occupavano in precedenza.
L’isola ospitava, oltre che le abitazioni e le strutture atte all’estrazione di carbone, anche un ospedale, una scuola, erano presenti templi di preghiera, un cinema, una palestra, un campo da baseball e venticinque attività commerciali tra le quali negozi, bar e un bordello.
Visitando l’isola e i suoi appartamenti è possibile comprendere la suddivisione sociale operata all’epoca sull’isola:
Gli operai celibi erano alla base della piramide sociale, poi c’erano gli operai sposati ed infine gli operai con famiglia; anche la vetta si differenziava con i dirigenti Mitsubishi celibi, quelli sposati e poi quelli con famiglia.
C’è da considerare che la vita in questo luogo non fosse facile per nessuno, nemmeno per i dirigenti e le loro famiglie; la suddetta stratificazione sociale costringeva un uomo celibe a vivere in un minuscolo monolocale e, in ogni caso, bagno e cucina erano in comune con le altre famiglie.
La stratificazione sociale più bassa avente diritto a bagno e cucina indipendenti era quella di infermiere o insegnante. I dirigenti, invece, disponevano di abitazioni spaziose e comode.
Il clima dell’isola rendeva la vita dura, il vento molto forte è tuttora una costante e il mare è spesso in burrasca; il suolo alla fine risultò arido in seguito alla rimozione delle piante che trattenevano l’umidità, fu quindi causato un processo di desertificazione in piccola scala; l’aridità non consentì la costruzione di giardini e altre aree verdi, che però, probabilmente, sarebbero state, prima o poi, mangiate dal cemento, quindi i bambini, che fossero figli di dirigenti o di operai, crescevano senza conoscere un albero, un fiore e il loro odore... non avevano spazi di gioco dove poter correre.
A testimonianza di quelle condizioni, in un documentario, un ex abitante (
Hideo Kaji) dichiarò:
« [...] Hashima era un luogo privo di cespugli, di fiori e i bambini crescevano senza conoscere che cosa fossero i ciliegi in fiore. Anche le stagioni erano percepite diversamente, si riconoscevano l'una dall'altra da come soffiava il vento o dal colore del mare.»
Da ciò si capisce di quanto la realtà di Hashima fosse del tutto alienante e negativa per chiunque vi vivesse; era addirittura inesistente l’acqua potabile e, talvolta, era difficile avere viveri da Nagasaki a causa delle condizioni marine proibitive e dei tifoni che spazzavano quella zona per almeno la metà dell’anno; questa peculiarità costrinse la Mitsubishi a costruire la cinta muraria che ancora è possibile vedere tutt’intorno.
La seconda guerra mondiale cambiò il volto di Hashima facendola divenire a dir poco angosciante, poiché da miniera fu trasformata in campo di lavoro per prigionieri; l’attività estrattiva continuò ad esistere, ma con la differenza che i vecchi lavoratori erano stati spediti al fronte ed ora chi vi lavorava era un prigioniero costretto a farlo.
Il secondo conflitto mondiale portò anche dei seri danneggiamenti dovuti alle bombe e, una volta ripristinate le strutture, i lavoratori che riuscirono a sopravvivere alla guerra, tornarono a lavorare in miniera e le loro famiglie e vivere sull’isola.
In questo periodo fu incredibile l’esplosione demografica che coinvolse l’isola, infatti, a cavallo degli anni ’40 e ’50, gli abitanti sull’isola erano 1391 e, nel 1959, gli abitanti arrivarono ad essere oltre 5000, battendo qualsiasi record sulla densità abitativa visto che l’isola era di soli 0.063 km quadrati.
La parabola discendente fu veramente molto rapida, giunti agli anni ’60, la domanda di carbone iniziò a farsi meno forte a favore del petrolio che iniziava ad essere utilizzato frequentemente; il 1973 fu l’anno della cessazione totale delle attività estrattive sull’isola con il relativo e coatto abbandono delle strutture successivo.
Fortunatamente per gli operai, la Mitsubishi offrì altre possibilità lavorative e l’abbandono fu sancito con una cerimonia solenne il 15/01/1974 presso la palestra aziendale. L’abbandono avvenne in meno di quattro mesi e l’ultimo uomo a lasciar l’isola lo fece il 20 aprile del 1974.
Da quel momento l’azione della salsedine, delle piogge e del vento ha corroso lentamente le strutture e le han messe a dura prova.
L’accesso all’isola fu interdetto, pena trenta giorni di carcere e tale legge fu valida sino al 2002, cioè fintanto che la Mitsubishi ne ha detenuto il possesso. In quell’anno l’isola fu ceduta dalla società alla città di Takashima e poi assorbita, nel 2005, dalla stessa Nagasaki.
Dal 2009 è stato abolito il divieto di accesso all’isola ed è stato girato anche un documentario da parte di Thomas Nordanstad, che parla dell’isola in compagnia di un suo vecchio abitante.
L’accesso è sempre sottoposto a controllo poiché alcune strutture sono pericolanti.
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Articolo: Fabio Di Bitonto

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